Allo stand MDG si potrà acquistare il volume “Custer e Wild Bill – Vite parallele di due miti della Frontiera”, scritto da Massimo Di Grazia. 25 giugno 1876, Montana meridionale, pomeriggio: sulle rive del fiume Little Big Horn George Armstrong Custer, all’epoca tenente colonnello dell’esercito americano*, trentasette anni, cadeva ucciso, insieme a tutti i componenti di cinque squadroni del 7° Cavalleria (215 tra soldati e ufficiali), in un violento combattimento contro un preponderante numero di indiani ostili appartenenti in prevalenza alle tribù Sioux e Cheyenne. Moriva un uomo, iniziava una leggenda che dura ancora oggi, alimentata da centinaia di libri e decine di film che narrano le gesta di una delle figure più controverse dell’intera storia della conquista del West. Fu un eroe od un ambizioso comandante che sacrificò i suoi uomini al suo sogno di gloria? Un militare ligio al dovere od un sanguinario massacratore di indiani? A quasi 150 anni dalla sua morte gli storici non hanno ancora trovato un punto d’intesa. A pochi giorni di distanza, il 2 agosto 1876, e non lontano dal Little Big Horn, nella cittadina mineraria di Deadwood nel Dakota, veniva ucciso con un colpo alla nuca mentre era impegnato in una partita a poker al saloon n.10, James Butler Hickok, detto “Wild Bill” considerato il più infallibile pistolero della Frontiera. A differenza di Custer, conosciamo il nome del suo uccisore, un tale Jack Mc Call, anche se non sono mai stati chiariti i motivi del suo gesto. Pure Hickok è stato protagonista di innumerevoli libri e pellicole cinematografiche – celebre l’interpretazione che ne fece Gary Cooper nel film di C. De Mille “The Plainsmen”, in Italia “La conquista del West” -, ma anche sulla sua figura non c’è unanimità di giudizi: un feroce assassino che, facendosi scudo della legge, regolava i conti con i propri avversari, forte della sua indiscussa abilità con la pistola, od un impavido difensore dell’ordine, che non esitava a mettere in gioco la sua vita per far rispettare le regole in un mondo che credeva solo nella legge del più forte? Ad ogni modo, per ammissione unanime, fu il campione dei campioni con la “sei colpi”, tanto da meritare il titolo di “Principe dei Pistoleri” come lo definì Frank Wilstack in una celebre biografia. Quando la morte lo colse aveva 39 anni.

Dalla nota dell’Autore: “Questo libro è il risultato di oltre 50 anni di letture, approfondimenti e ricerche sull’epopea del West ed i suoi protagonisti. Fu nei primi anni cinquanta del secolo scorso, infatti, che chi scrive ebbe modo di appassionarsi alle vicende legate a queste vicende. Ricordo che da bambino spesso la sera aspettavo con ansia mio padre che mi avrebbe condotto al cinema, e nel 90 per cento dei casi si trattava di Western. Ho avuto così la fortuna di vedere quasi tutti i film del genere, molti dei quali ormai introvabili, e di appassionarmi alle vicende dei personaggi di quelle pellicole, spesso considerate ingiustamente “B Movies”. Poi vennero i primi albi a fumetti, che narravano le gesta di personaggi sia immaginari, come Tex Willer, Pecos Bill e Capitan Miki, sia realmente esistiti, come Buffalo Bill e Toro seduto, e le prime serie televisive, fra cui proprio una delle più di sucesso era dedicata a Wild Bill Hickok, interpretato dall’attore Guy Madison. Col passare degli anni l’interesse su questo particolare periodo della storia americana, anziché affievolirsi, aumentò. Scoprii così che il West era molto diverso da quello che l’iconografia Hollywoodiana fino a qualche anno prima aveva diffuso nel mondo: nel vero Far West non c’erano sceriffi coraggiosi come Gary Cooper - Will Kane di “Mezzogiorno di Fuoco”, cavalieri senza macchia e senza paura come Alan Ladd - Shane de “Il Cavaliere della Valle Solitaria” e pistoleri eleganti e raffinati come Henry Fonda – Clay Bleisdell di “Ultima notte a Warlock”, ma uomini e donne con le loro debolezze e le loro miserie e lo stesso West non era il mitico luogo dell’avventura e del coraggio, che affascinava tanti ragazzi, nati come me all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, ma un luogo dove la quotidianità era sporcizia, fango, noia; dove polvere, fatica e sudore erano all'ordine del giorno; dove le malattie uccidevano più delle pistole, gli inverni erano rigidissimi e le estati torride; un luogo cui la maggior parte di noi, uomini e donne moderni si rifiuterebbe di vivere. Paradossalmente questa scoperta non mise fine al mio interesse per la Frontiera, anzi. Mi dedicai così a leggere i libri dei maggiori studiosi del periodo e a seguire tutte le ricostruzioni televisive e cinematografiche di quegli avvenimenti, recandomi, quando ne ebbi la possibilità, a visitare quei luoghi immortalati dal cinema e descritti nei libri di storia americana e nelle biografie di quei personaggi a me tanto cari. Intanto il clima era cambiato: se negli anni cinquanta gli indiani erano spesso descritti come selvaggi crudeli e sanguinari e i bianchi erano quasi tutti coloni impavidi e soldati coraggiosi, appena un decennio dopo la situazione si rovesciò, e i nativi divennero generosi guerrieri, in sintonia con la natura e rispettosi delle donne e dei diversi, mentre i visi pallidi diventarono a loro volta, salvo qualche eccezione, bugiardi, avidi, e razzisti uccisori di donne e bambini. L’iconografia del West si era completamente rovesciata. Ovviamente si trattava di luoghi comuni esagerati in entrambi i sensi, se non del tutto inventati.
Divenne quindi per me un obbligo discernere la verità storica dal mito e cercare di farla conoscere. A questo scopo è stato scritto il presente libro, che prende in esame la vita di due dei più noti e controversi protagonisti di quel periodo, vissuti nello stesso arco di tempo e nello stesso ambito territoriale: il generale George Armstrong Custer, di sicuro il più celebre ufficiale di cavalleria di tutta l’epopea del West e James Butler Hickok, detto Wild Bill, il numero uno con la pistola della sua epoca. Perché per noi, ragazzi degli anni Cinquanta il West fu parte integrante di quello che era, nel dopoguerra, il Sogno Americano; un sogno che poi ci avrebbe così deluso… che ancora ci crediamo.

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